AfriGO



PORTARE I GIOVANI SULLE SPALLE, PERCHE? VEDANO PIU’ LONTANO DEGLI ADULTI


In Africa, nella mia terra i papà spesso portano i bambini o i ragazzi sulle spalle andando in giro per i mercati e persino nei campi. Lo fanno non per comodità o per convenienza  ma semplicemente perché i loro figli vedano più lontano di loro. Perché vedano oltre i confini delle loro etnie, dei loro villaggi, delle Weltenschaung in cui sono cresciuti, dei costumi e  delle tradizioni antropologiche e spirituali. I genitori portano dunque i figli sulle spalle perché siano capaci di ammirare orizzonti più lunghi così da non essere per nessun motivo ottusi, ma piuttosto cosmopoliti. Questa visione lungimirante dei genitori nei confronti dei propri figli dovrebbe essere quella che noi cittadini immigrati e no, nutriamo nei confronti dei ragazzi immigrati della seconda generazione.

Innanzitutto per seconda generazione si intende i figli dei cittadini immigrati adulti giunti a Verona da un bel po’ di anni. Questi giovani immigrati( chiamati in gergo G2) possono essere suddivisi in tre gruppi:

Il primo gruppo è composto dai giovani arrivati in Italia in seguito al ricongiungimento familiare dei genitori, residenti stabili in Italia da qualche anno. Il secondo gruppo invece è composto dai giovani, figli di immigrati nati in Italia da coppie immigrati provenienti da paesi terzi, mentre il terzo gruppo sono figli di immigrati nati da coppie miste. Li distinguo in questo modo per meglio comprendere alcuni aspetti legati all’inclusione scolastica e sociale di questi giovani cittadini, soprattutto per quanto riguarda la questione della lingua italiana. Per esempio, per i ragazzi immigrati nati in Italia e che fin dalla tenera età frequentano gli istituti scolastici della nostra città, il problema dell’italiano come seconda lingua di apprendimento non si pone e se lo è, diventa un fatto abbastanza marginale, mentre per chi è giunto a Verona attraverso la procedura di ricongiungimento, la lingua rappresenta talvolta e soprattutto nei primi momenti un grosso ostacolo sia dal punto di vista della comunicazione che da quello dell'”autocomprensione di sé” rispetto al contesto in cui si viene ad integrarsi. I dati che abbiamo di questi minori immigrati sono instabili e in continua oscillazione e ci indicano pertanto che al primo gennaio 2016i minori, figli di cittadini immigrati sono più di 30.000 tra Verona e Provincia su una popolazione immigrata di circa 104.000 unità.

Se noi mettiamo a confronto questi dati dei minori del 2016 con quelli del 2004, vediamo che l’incremento è di 50% in percentuale, nel 2004 i minori erano appena a 11.116. E’ una tendenza in aumento. I dati non ci dicono però il numero esatto di coloro che sono nati in Italia da genitori o da un genitore immigrato. Come sappiamo i dati non dicono tutto di una situazione, essi possono semplicemente fotografare attraverso i numeri una parte della realtà. Di fronte alla realtà degli immigrati della seconda Generazione (G2 appunto), posso aggiungere che questi dati ci confermano l’irreversibilità della realtà migratoria nel tessuto sociale veronese che stiamo andando dicendo negli anni.

Senza soffermarmi troppo e a lungo sulle cifre posso inoltre fare notare per completezza che i paesi di provenienza della maggior parte di questi giovani cittadini immigrati sono quelli degli immigrati adulti, cioè la Romania, il Marocco, lo Sri Lanka, l’Albania, il Ghana, la Moldavia e l’India. Non ho sufficientemente spazio per fare una analisi dettagliata delle diverse sfaccettature legate a questa generazione di concittadini, per esempio gli aspetti della religione, della tradizione dei padri o delle madri di questi giovani immigrati.

Mi limiterei solo ad aprire qualche riflessione nell’ambito dell’integrazione-inclusione-socializzazione, ambito dove ho sempre lavorato sia come mediatore interculturale sia come formatore. Ciò premesso pongo alcune semplici domande sui cittadini:

  1. quale futuro attende questi giovani, ovvero in che direzione dovranno orientare il loro mondo e la loro identità, già di per sé plurale’
  2. Chi si prenderà cura di questi giovani immigrati e infine come stanno vivendo la loro realtà tra i tre mondi, quello loro, quello dei genitori e quello della società (in particolare quella scolastica)? Questi interrogativi mi sorgono spontanei pensando sinceramente che i giovani immigrati nascono, crescono e ricevono sostegno ed educazione necessaria nelle loro famiglie di provenienza di cui tra l’altro sono dei naturali prolungamenti. Questi giovani immigrati si portano sulle spalle le fatiche, le ansie, le difficoltà anche abitative, le frustrazioni e le ingiustizie che i loro genitori subiscono. Non riescono a vivere tranquilli e sereni come si potrebbe pensare. Racconto alcuni brevi fatti di ordinaria FATICA del cum-vivere di questi giovani. L’altro giorno è passato a trovarmi un giovane ghanese di nome Augustine, studente in una scuola professionale della nostra città. Aveva in mano una bolletta da 543, 07 euro da pagare. Voleva sapere se e perché deve pagare questa bolletta relativa alla spesa condominiale relativa alla riparazione dell’ascensore del loro condominio quando lui e la sua famiglia non usano né l’ascensore né la scala perché abitano al piano terra dell’edificio. Mi dice poi che il padre è stanco di parlare di queste cose, ma soprattutto moralmente depresso di alcune situazioni e ha deciso che d’ora in poi sarà Augustine che dovrà recarsi negli uffici a fare valere le loro ragioni. Devo dire che questo giovane immigrato, perfettamente incluso nella società veronese, che parla perfino il dialetto veronese è piuttosto arrabbiato. Vive questo fatto come una forma di ingiustizia. Casi simili mi vengono spesso portati da questi ragazzi. Un altro del mese scorso è quello che mi ha raccontato il giovane Singh di sedici anni, che mentre viaggiava in autobus da un paese della provincia verso Verona in autobus in compagnia dei genitori piuttosto anziani, il controllore del biglietto, appena salito va dritto solo verso di loro a chiedergli se erano in possesso del biglietto. Anche questo fatto ha recato al giovane indiano, nato in Italia e studente a Verona un dolore e una tristezza e forse anche un senso di frustrazione. Si chiedeva, come mai il controllore abbia voluto controllare solo  loro? Perché immigrati, perché provenienti da una altra nazione? Perché non veronesi de soca?

La terza storia è di Sabina, dicianove anni, studentessa al quinto anno di un liceo cittadino di Verona d’origine ukraina. Vive da qualche mese cacciata di casa dai propri genitori perché innamorata di uno studente nigeriano. I genitori della ragazza la accusano di tradire le loro tradizioni religiose e culturali. La vorrebbero sposata con uno d’origine ukraina doc.

Raccolgo ben volentieri questi racconti da questi giovani, perché rappresentano delle preziose fonti di ispirazione e di impegno per sapere meglio orientare i miei progetti e i miei impegni a favore appunto dei G2 che vivono e studiano a Verona. I G2 rappresentano per noi, quello che sono i rami di un albero. Sui rami di un albero fioriscono le piante e sbocciano i fiori e di conseguenza la frutta dell’albero stesso. Le radici, il tronco e i rami formano l’insieme dell’albero. Non esistono gli uni senza gli altri. Così i G2 sono la visione e la prospettiva della società veronese. Ecco perché continuo a credere convintamente che la comunità degli adulti deve poter costi portare sulle spalle i giovani ,costi quel che costi, senza distinzioni né della nazionalità dei genitori, né della loro religione, né del colore della pelle, né della lingua che parlano, né dei loro tratti somatici. Li dobbiamo portare sulle spalle in quanto concittadini senza badare se sono veronesi de soca de ancò. A coloro che sui mezzi di informazione o sui manifesti oppure usando il loro potere istituzionale ripetono continuamente “prima i veronesi e poi gli altri” occorre che si dica  che è prospettiva piena di senso e significato portare sulle spalle tutti, soprattutto i G2, perché possano vedere più lontano di noi, nell’esprimere i doveri e le responsabilità che a loro competono, nel godere dei diritti che in questi tempi vengono letteralmente calpestati e nel condividere le opportunità. Le quali opportunità, per questi giovani possano derivare dalla formazione scolastica e dall’apprendimento, ma che possano anche derivare dal generoso impegno degli adulti in qualsiasi ambito della società civile.

La comunità degli adulti, non rimanga né sorda, né ceca, né muta nei confronti delle grida e degli appelli di questi giovani. I cosiddetti G2 sono spesso soli, apparentemente spensierati “ragazzi del muretto”, oggi li si trovano vagabondare nelle gallerie dei supermercati a sbirciare gli oggetti con le cuffie nelle orecchie per ascoltare in solitaria le loro musiche. A noi  sembrano integrati nei gruppi, ma in realtà sono abbandonati ai loro desideri di crescere. I g2 chiedono di essere guardati negli occhi e di essere apprezzati quando compiono dei gesti lodevoli di amicizia e di affetto senza essere sempre giudicati. Chiedono di non essere chiamati  bambocioni. Non chiedono necessariamente la pietas degli adulti quando in alcune situazioni si comportano male, come nei recenti casi di bullismo, di razzismo e di violenza fisica a danni dei clochards, dei senza tetti incendiati sulle panchine. Vogliono che si affliggano delle giuste ed esemplari punizioni. I g2 chiedono che la scuola sia all’altezza dei problemi legati alla loro età ,alla  ricerca di identità autentica e alla loro percezione del corpo, dei sentimenti e degli affetti. Chiedono che la scuola ritorni ad essere la vera agorà, cioè la piazza della Relazione e del dialogo anche sui temi più complessi, purché di ampio respiro culturale. Chiedono che il mondo della cultura non li usi né per realizzare dei film, né per produrre dei libri di successo né tantomeno per fare pubblicità dei prodotti di marketing. Chiedono spazio di creatività, di realizzazione delle loro idee letterarie ed artistiche. Chiedono ampi spazi di riflessione, di approfondimento delle tematiche di attualità e della memoria storica . Chiedono che i loro appelli non vengano più rinviati . I g2, uniti ai loro concittadini italiani ed europei chiedono che i politici la smettano di usare le loro provenienze geografiche e quelle dei loro genitori per fare propaganda elettorale per avere una manciata di voti, che non vengano chiamati per nessun motivo degli extracomunitari, clandestini, negri, islamici, albanesi, ma che li si chiamino per nome riconoscendoli corresponsabili dei loro atti e cittadini di diritti e doveri. Si rivolgono anche ai mezzi di informazione chiedendo loro che vi siano spazi adeguati per loro sia nelle pagine di notizie che in quelle culturali.

I g2 sognano e desiderano che la Repubblica Italiana rimanga una Repubblica Democratica  fondata sul Lavoro e che i diritti alla Istruzione, alla cura, al lavoro, alla libertà di espressione, di libera circolazione, al culto, alla pace siano inalienabili e garantiti anche a loro

 

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