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La Mediazione interculturale è un impegno di cittadinanza


Sono passati quasi vent’anni da quando si era è iniziato a esplorare lo strumento della mediazione prima linguistica e successivamente culturale come uno strumento efficace per creare  degli spazi e delle opportunità di dialogo e comprensione delle istanze dei nuovi cittadini immigrati giunti in Italia. Si parla degli anni 90. Allora gli immigrati erano generalmente chiamati i “mori”, ” i marocchin, ” i mahometani“. Si era capito fin da subito che la società italiana stava cambiando nei colori, nei linguaggi, nei costumi e nelle forme sociali su cui si era costruita e occorreva attrezzarsi per questo nuovo processo culturale messo in atto dalla vicinanza tra persone provenienti da paesi cosiddetti “lontani” e che tanto lontani oggi giorno non lo sono più. Di una cosa la coscienza civile di allora aveva una chiara consapevolezza, e cioè che il processo migratorio in atto era irreversibile, necessario ed era una grande sfida per il cambiamento. Lo strumento della mediazione, allora utilizzata come traduzione, interpretariato, era stato fortemente chiamato in aiuto delle scuole dell’infanzia da lungimiranti maestri e maestre, seppur in modo sporadico e volontaristico, così come era

 stata chiamata in aiuto dalle associazioni di volontariato soprattutto  a carattere religioso. La mediazione serviva a decifrare e capire delle situazioni di criticità dei cittadini immigrati giunti in quei luoghi (qui o in Italia)alla ricerca di calore, di una buona parola e di sostegno per capirsi e sopravvivere. Il fatto vero è che cittadini immigrati, ovverosia “Extracomunitari”, erano ancora pochi sul territorio italiano e la maggior parte di loro era concentrata nelle regioni settentrionali, nel Veneto e in Lombardia, ma il bisogno di comunicare con questi pochi “extra” c’era eccome?! Ma credo che questo bisogno fosse condiviso da entrambi i gruppi sia dagli italiani che  dai nuovi arrivati).

La mediazione snodava attorno a cose semplici ma indispensabili. La parola, il saluto “buongiorno, buona sera..”, il riconoscimento dell’altro “da dove vieni, perché sei qui…? Hai dei parenti..”, la riconoscenza “grazie mille per…” per un vestito ricevuto, per una lira ricevuta, per un piatto caldo ecc. Devo ammettere che c’era molta ignoranza dell’altro, di chi fosse e di cosa facesse e persino da dove provenisse, ma c’era altrettanta curiosità e voglia di conoscere l’altro senza strani pregiudizi e luoghi comuni. La letteratura popolare vigente era legata alla solidarietà e al buon senso che tradotto in linguaggio semplice significava per molti “mettiti nei panni dell’altro, chissà quanto soffre a causa della lontananza dai propri affetti e dai propri paesi d’origine”; insomma c’era un senso comune dell’incontro con l’altro e il desiderio di parlare con lui. Ne sono testimone io stesso. L’esperienza del mediatore allora era messa a dura ma appassionata prova nel cercare di raccontare i bisogni, i dolori, le difficoltà e i sogni dello “straniero-extracomunitario”. La figura del mediatore o della mediatrice dell’epoca era quella di “chi riesce a parlare un po’ meglio l’italiano ed è in grado di dirmi qualcosa di più chiaro, di più semplice, di più logico/organico, senza balbettare, chi è in grado cioè di fornire al destinatario un piccolo glossario esistenziale immediato”. Chi veniva chiamato per questo compito si sentiva gratificato ed onorato perché oltre ad avere l’opportunità di parlare a un pubblico nuovo, disinteressato e curioso, qual era l’ambiente di allora, aveva anche l’occasione di parlare di sé, del suo paese e delle situazioni personali per poi creare occasioni di amicizia, di relazioni e di contatti. Nella scuola il mediatore veniva chiamato con il facilitatore di dialogo. Entrava nel recinto scolastico come un ospite atteso dalla curiosità di molti e dalle domande “non sempre espresse” di alunni e di insegnanti. Anche lui era al centro dell’interesse generale delle materie scolastiche. Durante la ricreazione il mediatore era attorniato da alunni con sguardi incuriositi che si mettevano accanto a lui per sentirlo parlare ancora di qualcosa di nuovo che non aveva raccontato loro in classe durante le ore di “intrattenimento”.

L’esperienza della mediazione vissuta ed espressa in questo modo evidentemente  non  poteva durare a lungo. Doveva evolvere a seconda delle situazioni che mano a  mano venivano a determinarsi anche per effetto del progressivo e consistente aumento della popolazione immigrata. La quale popolazione  era per lo più composta da adulti e soprattutto da maschi. La normativa vigente in materia di immigrazione era la 139/90 la cosiddetta Legge Martelli che in gran parte ricalcava la situazione demografica e culturale del momento. Diciamo pure che fino a quelli anni 89/90 nell’ambito scolastico non c’erano delle normative che riguardasse l’integrazione o l’inclusione degli alunni immigrati, ancora molto pochi nella scuola, tranne delle circolari in materia di inserimento degli stranieri nella scuola d’obbligo, quale la circolare n.301 (prot.n.2182) dell’8 settembre 1989. Faccio notare infine  che queste circolari fanno riferimento alla legge 820/71 (scuola elementare) e alle leggi 517/77 e 270/82 (scuola materna, scuola elementare e scuola media).

La fase successiva che determinò una serie di cambiamenti culturali e di impostazione in materia d’immigrazione degli adulti G1 e dei giovani ragazzi G2 iniziò attorno agli anni 1998/2001. Erano gli anni in cui  entrarono in vigore la 40/98, la Turco-Napolitano, il primo e finora l’unico vero testo unico italiano in materia di immigrazione e il decreto  legislativo n. 285, strettamente connesso al mondo scolastico multiculturale che era in atto e  di cui facevano parte i figli dei cittadini immigrati. E’ anche il lasso di tempo in cui vengono abrogate le frontiere degli stati europei, i primi 11 dell’area Schengen grazie appunto alla convenzione Schengen. Qui la questione della Mediazione tende a mutarsi e, a modificare il suo stato di strumento sporadico e di interventi di tipo narrativo o di racconto dei paesi “esotici” da dove provengono gli immigrati “piccoli”. Essa comincia a mettere in luce, seppur in modo semplice e poco strutturato, alcuni aspetti relativi ai diritti e doveri dei cosiddetti “extracomunitari”, i non appartenenti alla “comunità europea”. Compaiono i primi dossier con dati statistici sugli immigrati in Italia con l’apporto e il contributo di qualche operatore  scolastico o talvolta di alcuni dirigenti scolastici (che avevano già colto l’importanza del cambiamento demografico che si stava compiendo nella realtà scolastica) nonché di qualche mediatore linguistico (si chiamava così allora). Vengono pubblicati alcuni testi scritti da cittadini immigrati come “Io venditore di elefanti” del senegalese Pap Khouma e le narrative del camerunense N’djock Ngana, testi che venivano commentati e discussi da alcuni insegnanti con in presenza dei mediatori linguistici. Alcune questioni su cui le scuole chiedevano l’intervento dei mediatori all’interno delle classi erano: la differenza etnica e culturale, nonché linguistica, il difficile rapporto e della comunicazione tra gli insegnanti e i genitori degli alunni immigrati, la spiegazione di concetti quali la puntualità, la nota, il rispetto, la disciplina, la gita scolastica, la certificazione dell’alunno, il permesso scolastico, la giustificazione delle assenze, l’allontanamento, la sospensione, l’apprendimento, la comprensione attiva e passiva ecc. Il Mediatore era considerato quasi come un interprete-testimone di una cultura “diversa”, ricca di spunti ma non sufficientemente fecondanti la realtà esistente. Nonostante non   goda di un riconoscimento pieno dal punto di vista istituzionale, il ruolo del mediatore linguistico culturale comincia a delinearsi sempre più chiaramente, assumendo un profilo professionalmente ineccepibile da collocarsi tra un’ esperienza volontaristica e un ruolo dal valore etico e culturale di ampio respiro. Nascevano i primi corsi di formazione dei mediatori linguistico-culturali in alcune zone d’Italia, per esempio a Modena (che aveva già istituito una delle prime Consulte comunali per l’Immigrazione), a Parma, a Mantova, a Verona, a Ravenna, a Firenze, a Roma, a Trento e a Udine dove hanno luogo le più interessanti esperienze della Rue, solo per citarne alcune.

Gli anni che vanno dal dopo il 2001 segnano il passo e una piccola svolta sia nella comprensione della figura del mediatore, che, in alcune realtà, si  comincia a chiamarsi Mediatore Interculturale e non più linguistico, sia nel suo impiego sul territorio, sia durante i corsi di aggiornamento per gli insegnanti. La presenza del Mediatore viene richiesta in ambiti diversissimi, quali quello sanitario (istituti di cura e psichiatrici), giudiziario ( ad es. nelle case circondariali), sociale (centri di accoglienza per i minori “non accompagnati” o in gravi situazioni di disagio) e naturalmente scolastico. In quest’ ultimo la presenza viene richiesta sia per collaborare a decodificare dei linguaggi della comunicazione tra la scuola e la famiglia, sia per mediare casi specifici, sia per affrontare nelle assemblee degli studenti dei temi non più solo legati all’immigrazione-integrazione. I temi e gli argomenti generalmente affrontati sono la xenofobia, la comunicazione, la diversità, l’alterità, il rispetto, la pace, lo sfruttamento minorile, l’economia sostenibile e il mercato globale ecc.

Il tema prevalente in questa  nella fase attuale è quello relativo al bullismo e al razzismo. Un perfetto binomio che è quasi un sinonimo. Il bullo è colui  che traduce la sua reazione alle paure del “diverso” in atti violenti ed aggressivi, quegli atti che una volta venivano definiti atti razzisti. Il diverso in ogni caso non assume più la connotazione soltanto geografica  o epidermica (colore della pelle o occhi a mandorla) o religiosa, ma il diverso è anche chi proviene dal Meridione dell’Italia, chi non la pensa come me, chi non ha abiti o zaini griffati, oppure chi è diversamente abile. Il cerchio della paura del “diverso” si è ampliato. In questi anni hanno contribuito ad alimentare questa paura alcuni importanti settori del mondo politico e partitico, delle istituzioni repubblicane, ma anche una parte del mondo dei media (carta stampata, televisioni e web) generando nell’opinione pubblica delle reazioni di chiusura, di intolleranza, di disprezzo e di indifferenza che cominciano a pesare in tutti i settori, compresi quelli educativi. Se è questo il clima che si respira, per cui il Mediatore Interculturale non può che essere preparato e irrobustito diversamente per fare fronte a queste nuove e importanti sfide, a cui la società civile italiana fatica a trovare soluzioni lungimiranti con  strumenti di avanguardia. La Mediazione diventa una professionalità da spendersi costantemente come un Impegno di cittadinanza che cercherò ora di illustrare  in seguito.

Già Alex Langer, a suo tempo, nell’opuscoletto dall’eloquente titolo La scelta della convivenza, definì poeticamente il Mediatore culturale un “esploratore di confini“, e ancora un “saltatore di muri”(1) e mi pare personalmente che, a distanza di quindici anni, abbia azzeccato e soprattutto credo che abbia colto l’importanza di questa figura nelle complesse realtà culturali e sociali italiane. Se avessi voluto, avrei intitolato questo mio scritto semplicemente “La responsabilità del mediatore interculturale”, ma siccome non vorrei caricarlo di troppe responsabilità che lo potrebbero portare ad avere notti insonni, ho preferito parlare invece della mediazione interculturale come impegno di cittadinanza. La cittadinanza mi richiama l’idea di diritti da vivere, di doveri da esprimere e infine alla di pari opportunità, quelle che in francese vengono chiamate égalité de chance da condividere.

Ma la cittadinanza verso quali realtà va espressa, in che modo va tradotta e come la mediazione, e di conseguenza  il mediatore/mediatrice, potrebbero diventare gli strumenti più efficaci al conseguimento di alcuni determinati obiettivi, primo tra tutti il rispetto della Dignità della persona e del cittadino?

Già nei precedenti corsi di formazione dei mediatori organizzati dal centro interculturale Millevoci della Provincia Autonoma di Trento, si era iniziato a parlare di questi obiettivi e in ogni docenza si rilevava sempre più la necessità che l’esperienza di mediazione arrivasse a cogliere gli aspetti culturali e sociali che riguardano tutti i cittadini e non solo alcuni in particolare. Si cercava di fare luce sui fatti di attualità con il coinvolgimento di ciascuno nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità. Tra i soggetti-interlocutori spesso nominati e chiamati in causa, come è naturale che sia, c’erano i mediatori, le loro esperienze pregresse e la loro capacità di cogliere i fatti a partire dell’elaborazione del loro personale percorso migratorio. Mi ricordo che in questi momenti si capiva che era importante recuperare delle esperienze professionali vissute da un mediatore nel paese d’origine o altrove. Ad esempio: l’insegnante di geografia o di ginnastica artistica, ma che ora è mediatore o piuttosto di un maestro di kunfu, ma che fa il facilitatore tra i cinesi, neo arrivati e gli insegnanti della scuola del quartiere. Quello del mediatore è un punto di attenzione e di osservazione del mondo circostante, nelle sue complessità e nelle sue vicissitudini.

La medesima questione di cittadinanza è ritornata più forte nell’ultimo corso di formazione dei Mediatori della Provincia Autonoma conclusosi pochi mesi fa.

Il primo passo da compiersi e perché la Mediazione Interculturale si trasformi in impegno di cittadinanza è quello in direzione dei linguaggi della comunicazione per definire i volti e i soggetti dell’alterità e delle relazioni che intercorrono tra i cittadini, siano essi autoctoni (come pure) o provenienti dal mondo dell’immigrazione.

Si fa urgente la necessità di purificazione dei linguaggi e degli appellativi che si usano per definire dei concetti e per chiamare delle persone provenienti da culture, religioni e geografie culturali o politiche diverse da quella italiana ed europea. Questo fatto del linguaggio presuppone la capacità di entrare più approfonditamente nelle situazioni e negli spazi di relazione per comprendere meglio alcuni meccanismi o alcune dinamiche sociali spesso non adeguatamente raccontate e rappresentate. Faccio qualche esempio semplice: extracomunitari, neri, maomettani o musulmani, clandestini (quest’ultimo è l’ultima trovata ed è il peggiore fra tutti, perché colloca le persone automaticamente nel sommerso, nell’innominabile, nell’ombra del pericolo e del sospetto). Appellativi che non hanno più senso di esistere  anche perché è bene che non si dimentichi il fatto  che questi  hanno definitivamente eretto attorno ai cittadini “diversi” un muro di sospetto e di pregiudizio e addirittura hanno favorito l’equiparazione dell’immigrato al criminale pericoloso da cui allontanarsi. Lo sforzo collettivo e personale di recupero di un linguaggio sano, capace di parlare di questa realtà, che è quella dell’immigrazione sociale e scolastica, e di chiamare le persone che si incontrano con i loro nomi (che in parte rappresentano una loro identità) non potrà che aiutare a potenziare il senso di Comunicazione fluida, semplice ed approfondita tra i cittadini e di conseguenza ri-creare un nuovo contesto di relazione con la “R” maiuscola. E a questo riguardo che si consiglia di parlare di nuovi cittadini d’origine di… esempio (marocco, nigeria, moldavia, pakistan ecc..)  e credo che è in tale modo che potrebbe nascere quella forma di Mediazione che oso definire Mediazione di impegno di Cittadinanza. In che cosa consiste questa mediazione qualificata? Si tratta di una mediazione che va oltre la lingua, la cultura, la religione e le multiple geografie come unici contenitori delle identità delle persone. Essa cerca di coniugare questi aspetti dei singoli individui o dei gruppi di persone con il sistema di regolamento dei rapporti tra i cittadini che si esprime nelle regole essenziali di garanzia della convivenza. In parole povere, si tratta di rapportare le esigenze di un singolo con le sue identità plurime agli aspetti dei doveri, dei diritti e delle opportunità fissate da regole e da normative emanate dagli organi competenti nel rispetto della Costituzione dello Stato, nel nostro caso la Costituzione italiana. La Mediazione diventa dunque un prezioso strumento di coscientizzazione sulla corresponsabilità delle persone sia nei confronti degli altri cittadini che dell’ambiente. In questo senso la Mediazione dimostra di essere un prezioso strumento di accompagnamento verso la società, fatta di regole civili, di persone, di storie, di geografie diverse, di conquiste sociali e culturali, nonché di sistemi valoriali o eziologici.

In conclusione possiamo dire che la Mediazione come strumento di impegno per una corretta espressione di diritti-doveri si rende necessaria nella misura in cui favorisce dei percorsi di partecipazione delle persone alla vita della collettività. Anche perché la partecipazione è in sé un’azione di cittadinanza del proprio io e delle esigenze connesse alle proprie aspirazione. E’ chiaro quindi che chi esercita l’attività di Mediazione interculturale deve sapere, saper essere e saper agire e soprattutto deve dimostrare un’ acuta capacità di dialogo, di analisi e di sintesi. Il Mediatore deve acquisire un discreto bagaglio di conoscenze in materia di diritti sia dei cittadini sia delle istituzioni .Infine  il Mediatore interculturale deve avere tra i requisiti quello della conoscenza di diverse lingue.

 

                                                                GLOSSARIO

 

 

Mediazione: Esperienza costruttiva che mette in dialogo o in liaison delle diverse posizioni favorendo il loro interscambio in una logica del “dare e del ricevere”.
Assimilazione: Un modo culturale di identificarsi con gli appartenenti ad altre sensibilità culturali copiando o imitando il loro pensiero, il loro agire, in sostanza il loro modus vivendi senza prendere seriamente  in considerazione il proprio orizzonte culturale.
Etnocentrismo: Lettura di realtà, fatti e avvenimenti molto centrata sulla propria provenienza di tipo geografico o di tipo etnico-religioso-culturale.

Multiculturalismo: Agglomerato di pluralità di culture su un determinato territorio, spesso separate le une dalle altre senza grandi possibilità di interscambio effettivo indistinte l’una dall’altra, una specie di meltingpot alla britannica.

Interculturalità: Sostanziale osmosi e interazione tra le culture presenti in un determinato luogo o contesto o addirittura all’interno di una serie di esperienze (scuola, politica, economia, religione ecc.).

Inclusione: la possibilità di fare strutturalmente  parte di una realtà o di un contesto definito in termini di norme di regolamentazione delle responsabilità e delle regole di civile convivenza.

Alterità : dal latino alter, altro che potrebbe significare in alcune situazioni un alto che è simile a quello di lettura di riferimento. In questa ultima accezione si parla di alter ego.

Identità: appartenenza a una realtà con i propri valori o tradizione.

Coscientizzazione: la capacità di essere consapevoli di qualcosa o del proprio stato o condizione.
Diversità: dal latino diversum=volto in opposta direzione, indica la qualità o la condizione di chi o cos’è diverso.

Weltanschauung: Visione complessiva del mondo inteso come il proprio orizzonte di valori di riferimento. Generalmente questo termine indica anche lo sguardo che uno ha sul mondo a partire dalle proprie esperienze, tradizioni, religioni, cultura, educazione ecc.

Jean-Pierre Sourou Piessou

 

[1] A. Langer, La scelta della convivenza, ed. e/o, Roma, 1995

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