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PORTARE I GIOVANI SULLE SPALLE, PERCHE? VEDANO PIU’ LONTANO DEGLI ADULTI

In Africa, nella mia terra i papà spesso portano i bambini o i ragazzi sulle spalle andando in giro per i mercati e persino nei campi. Lo fanno non per comodità o per convenienza  ma semplicemente perché i loro figli vedano più lontano di loro. Perché vedano oltre i confini delle loro etnie, dei loro villaggi, delle Weltenschaung in cui sono cresciuti, dei costumi e  delle tradizioni antropologiche e spirituali. I genitori portano dunque i figli sulle spalle perché siano capaci di ammirare orizzonti più lunghi così da non essere per nessun motivo ottusi, ma piuttosto cosmopoliti. Questa visione lungimirante dei genitori nei confronti dei propri figli dovrebbe essere quella che noi cittadini immigrati e no, nutriamo nei confronti dei ragazzi immigrati della seconda generazione.

Innanzitutto per seconda generazione si intende i figli dei cittadini immigrati adulti giunti a Verona da un bel po’ di anni. Questi giovani immigrati( chiamati in gergo G2) possono essere suddivisi in tre gruppi:

Il primo gruppo è composto dai giovani arrivati in Italia in seguito al ricongiungimento familiare dei genitori, residenti stabili in Italia da qualche anno. Il secondo gruppo invece è composto dai giovani, figli di immigrati nati in Italia da coppie immigrati provenienti da paesi terzi, mentre il terzo gruppo sono figli di immigrati nati da coppie miste. Li distinguo in questo modo per meglio comprendere alcuni aspetti legati all’inclusione scolastica e sociale di questi giovani cittadini, soprattutto per quanto riguarda la questione della lingua italiana. Per esempio, per i ragazzi immigrati nati in Italia e che fin dalla tenera età frequentano gli istituti scolastici della nostra città, il problema dell’italiano come seconda lingua di apprendimento non si pone e se lo è, diventa un fatto abbastanza marginale, mentre per chi è giunto a Verona attraverso la procedura di ricongiungimento, la lingua rappresenta talvolta e soprattutto nei primi momenti un grosso ostacolo sia dal punto di vista della comunicazione che da quello dell'”autocomprensione di sé” rispetto al contesto in cui si viene ad integrarsi. I dati che abbiamo di questi minori immigrati sono instabili e in continua oscillazione e ci indicano pertanto che al primo gennaio 2016i minori, figli di cittadini immigrati sono più di 30.000 tra Verona e Provincia su una popolazione immigrata di circa 104.000 unità.

Se noi mettiamo a confronto questi dati dei minori del 2016 con quelli del 2004, vediamo che l’incremento è di 50% in percentuale, nel 2004 i minori erano appena a 11.116. E’ una tendenza in aumento. I dati non ci dicono però il numero esatto di coloro che sono nati in Italia da genitori o da un genitore immigrato. Come sappiamo i dati non dicono tutto di una situazione, essi possono semplicemente fotografare attraverso i numeri una parte della realtà. Di fronte alla realtà degli immigrati della seconda Generazione (G2 appunto), posso aggiungere che questi dati ci confermano l’irreversibilità della realtà migratoria nel tessuto sociale veronese che stiamo andando dicendo negli anni.

Senza soffermarmi troppo e a lungo sulle cifre posso inoltre fare notare per completezza che i paesi di provenienza della maggior parte di questi giovani cittadini immigrati sono quelli degli immigrati adulti, cioè la Romania, il Marocco, lo Sri Lanka, l’Albania, il Ghana, la Moldavia e l’India. Non ho sufficientemente spazio per fare una analisi dettagliata delle diverse sfaccettature legate a questa generazione di concittadini, per esempio gli aspetti della religione, della tradizione dei padri o delle madri di questi giovani immigrati.

Mi limiterei solo ad aprire qualche riflessione nell’ambito dell’integrazione-inclusione-socializzazione, ambito dove ho sempre lavorato sia come mediatore interculturale sia come formatore. Ciò premesso pongo alcune semplici domande sui cittadini:

  1. quale futuro attende questi giovani, ovvero in che direzione dovranno orientare il loro mondo e la loro identità, già di per sé plurale’
  2. Chi si prenderà cura di questi giovani immigrati e infine come stanno vivendo la loro realtà tra i tre mondi, quello loro, quello dei genitori e quello della società (in particolare quella scolastica)? Questi interrogativi mi sorgono spontanei pensando sinceramente che i giovani immigrati nascono, crescono e ricevono sostegno ed educazione necessaria nelle loro famiglie di provenienza di cui tra l’altro sono dei naturali prolungamenti. Questi giovani immigrati si portano sulle spalle le fatiche, le ansie, le difficoltà anche abitative, le frustrazioni e le ingiustizie che i loro genitori subiscono. Non riescono a vivere tranquilli e sereni come si potrebbe pensare. Racconto alcuni brevi fatti di ordinaria FATICA del cum-vivere di questi giovani. L’altro giorno è passato a trovarmi un giovane ghanese di nome Augustine, studente in una scuola professionale della nostra città. Aveva in mano una bolletta da 543, 07 euro da pagare. Voleva sapere se e perché deve pagare questa bolletta relativa alla spesa condominiale relativa alla riparazione dell’ascensore del loro condominio quando lui e la sua famiglia non usano né l’ascensore né la scala perché abitano al piano terra dell’edificio. Mi dice poi che il padre è stanco di parlare di queste cose, ma soprattutto moralmente depresso di alcune situazioni e ha deciso che d’ora in poi sarà Augustine che dovrà recarsi negli uffici a fare valere le loro ragioni. Devo dire che questo giovane immigrato, perfettamente incluso nella società veronese, che parla perfino il dialetto veronese è piuttosto arrabbiato. Vive questo fatto come una forma di ingiustizia. Casi simili mi vengono spesso portati da questi ragazzi. Un altro del mese scorso è quello che mi ha raccontato il giovane Singh di sedici anni, che mentre viaggiava in autobus da un paese della provincia verso Verona in autobus in compagnia dei genitori piuttosto anziani, il controllore del biglietto, appena salito va dritto solo verso di loro a chiedergli se erano in possesso del biglietto. Anche questo fatto ha recato al giovane indiano, nato in Italia e studente a Verona un dolore e una tristezza e forse anche un senso di frustrazione. Si chiedeva, come mai il controllore abbia voluto controllare solo  loro? Perché immigrati, perché provenienti da una altra nazione? Perché non veronesi de soca?

La terza storia è di Sabina, dicianove anni, studentessa al quinto anno di un liceo cittadino di Verona d’origine ukraina. Vive da qualche mese cacciata di casa dai propri genitori perché innamorata di uno studente nigeriano. I genitori della ragazza la accusano di tradire le loro tradizioni religiose e culturali. La vorrebbero sposata con uno d’origine ukraina doc.

Raccolgo ben volentieri questi racconti da questi giovani, perché rappresentano delle preziose fonti di ispirazione e di impegno per sapere meglio orientare i miei progetti e i miei impegni a favore appunto dei G2 che vivono e studiano a Verona. I G2 rappresentano per noi, quello che sono i rami di un albero. Sui rami di un albero fioriscono le piante e sbocciano i fiori e di conseguenza la frutta dell’albero stesso. Le radici, il tronco e i rami formano l’insieme dell’albero. Non esistono gli uni senza gli altri. Così i G2 sono la visione e la prospettiva della società veronese. Ecco perché continuo a credere convintamente che la comunità degli adulti deve poter costi portare sulle spalle i giovani ,costi quel che costi, senza distinzioni né della nazionalità dei genitori, né della loro religione, né del colore della pelle, né della lingua che parlano, né dei loro tratti somatici. Li dobbiamo portare sulle spalle in quanto concittadini senza badare se sono veronesi de soca de ancò. A coloro che sui mezzi di informazione o sui manifesti oppure usando il loro potere istituzionale ripetono continuamente “prima i veronesi e poi gli altri” occorre che si dica  che è prospettiva piena di senso e significato portare sulle spalle tutti, soprattutto i G2, perché possano vedere più lontano di noi, nell’esprimere i doveri e le responsabilità che a loro competono, nel godere dei diritti che in questi tempi vengono letteralmente calpestati e nel condividere le opportunità. Le quali opportunità, per questi giovani possano derivare dalla formazione scolastica e dall’apprendimento, ma che possano anche derivare dal generoso impegno degli adulti in qualsiasi ambito della società civile.

La comunità degli adulti, non rimanga né sorda, né ceca, né muta nei confronti delle grida e degli appelli di questi giovani. I cosiddetti G2 sono spesso soli, apparentemente spensierati “ragazzi del muretto”, oggi li si trovano vagabondare nelle gallerie dei supermercati a sbirciare gli oggetti con le cuffie nelle orecchie per ascoltare in solitaria le loro musiche. A noi  sembrano integrati nei gruppi, ma in realtà sono abbandonati ai loro desideri di crescere. I g2 chiedono di essere guardati negli occhi e di essere apprezzati quando compiono dei gesti lodevoli di amicizia e di affetto senza essere sempre giudicati. Chiedono di non essere chiamati  bambocioni. Non chiedono necessariamente la pietas degli adulti quando in alcune situazioni si comportano male, come nei recenti casi di bullismo, di razzismo e di violenza fisica a danni dei clochards, dei senza tetti incendiati sulle panchine. Vogliono che si affliggano delle giuste ed esemplari punizioni. I g2 chiedono che la scuola sia all’altezza dei problemi legati alla loro età ,alla  ricerca di identità autentica e alla loro percezione del corpo, dei sentimenti e degli affetti. Chiedono che la scuola ritorni ad essere la vera agorà, cioè la piazza della Relazione e del dialogo anche sui temi più complessi, purché di ampio respiro culturale. Chiedono che il mondo della cultura non li usi né per realizzare dei film, né per produrre dei libri di successo né tantomeno per fare pubblicità dei prodotti di marketing. Chiedono spazio di creatività, di realizzazione delle loro idee letterarie ed artistiche. Chiedono ampi spazi di riflessione, di approfondimento delle tematiche di attualità e della memoria storica . Chiedono che i loro appelli non vengano più rinviati . I g2, uniti ai loro concittadini italiani ed europei chiedono che i politici la smettano di usare le loro provenienze geografiche e quelle dei loro genitori per fare propaganda elettorale per avere una manciata di voti, che non vengano chiamati per nessun motivo degli extracomunitari, clandestini, negri, islamici, albanesi, ma che li si chiamino per nome riconoscendoli corresponsabili dei loro atti e cittadini di diritti e doveri. Si rivolgono anche ai mezzi di informazione chiedendo loro che vi siano spazi adeguati per loro sia nelle pagine di notizie che in quelle culturali.

I g2 sognano e desiderano che la Repubblica Italiana rimanga una Repubblica Democratica  fondata sul Lavoro e che i diritti alla Istruzione, alla cura, al lavoro, alla libertà di espressione, di libera circolazione, al culto, alla pace siano inalienabili e garantiti anche a loro

 

La Mediazione interculturale è un impegno di cittadinanza

Sono passati quasi vent’anni da quando si era è iniziato a esplorare lo strumento della mediazione prima linguistica e successivamente culturale come uno strumento efficace per creare  degli spazi e delle opportunità di dialogo e comprensione delle istanze dei nuovi cittadini immigrati giunti in Italia. Si parla degli anni 90. Allora gli immigrati erano generalmente chiamati i “mori”, ” i marocchin, ” i mahometani“. Si era capito fin da subito che la società italiana stava cambiando nei colori, nei linguaggi, nei costumi e nelle forme sociali su cui si era costruita e occorreva attrezzarsi per questo nuovo processo culturale messo in atto dalla vicinanza tra persone provenienti da paesi cosiddetti “lontani” e che tanto lontani oggi giorno non lo sono più. Di una cosa la coscienza civile di allora aveva una chiara consapevolezza, e cioè che il processo migratorio in atto era irreversibile, necessario ed era una grande sfida per il cambiamento. Lo strumento della mediazione, allora utilizzata come traduzione, interpretariato, era stato fortemente chiamato in aiuto delle scuole dell’infanzia da lungimiranti maestri e maestre, seppur in modo sporadico e volontaristico, così come era

 stata chiamata in aiuto dalle associazioni di volontariato soprattutto  a carattere religioso. La mediazione serviva a decifrare e capire delle situazioni di criticità dei cittadini immigrati giunti in quei luoghi (qui o in Italia)alla ricerca di calore, di una buona parola e di sostegno per capirsi e sopravvivere. Il fatto vero è che cittadini immigrati, ovverosia “Extracomunitari”, erano ancora pochi sul territorio italiano e la maggior parte di loro era concentrata nelle regioni settentrionali, nel Veneto e in Lombardia, ma il bisogno di comunicare con questi pochi “extra” c’era eccome?! Ma credo che questo bisogno fosse condiviso da entrambi i gruppi sia dagli italiani che  dai nuovi arrivati).

La mediazione snodava attorno a cose semplici ma indispensabili. La parola, il saluto “buongiorno, buona sera..”, il riconoscimento dell’altro “da dove vieni, perché sei qui…? Hai dei parenti..”, la riconoscenza “grazie mille per…” per un vestito ricevuto, per una lira ricevuta, per un piatto caldo ecc. Devo ammettere che c’era molta ignoranza dell’altro, di chi fosse e di cosa facesse e persino da dove provenisse, ma c’era altrettanta curiosità e voglia di conoscere l’altro senza strani pregiudizi e luoghi comuni. La letteratura popolare vigente era legata alla solidarietà e al buon senso che tradotto in linguaggio semplice significava per molti “mettiti nei panni dell’altro, chissà quanto soffre a causa della lontananza dai propri affetti e dai propri paesi d’origine”; insomma c’era un senso comune dell’incontro con l’altro e il desiderio di parlare con lui. Ne sono testimone io stesso. L’esperienza del mediatore allora era messa a dura ma appassionata prova nel cercare di raccontare i bisogni, i dolori, le difficoltà e i sogni dello “straniero-extracomunitario”. La figura del mediatore o della mediatrice dell’epoca era quella di “chi riesce a parlare un po’ meglio l’italiano ed è in grado di dirmi qualcosa di più chiaro, di più semplice, di più logico/organico, senza balbettare, chi è in grado cioè di fornire al destinatario un piccolo glossario esistenziale immediato”. Chi veniva chiamato per questo compito si sentiva gratificato ed onorato perché oltre ad avere l’opportunità di parlare a un pubblico nuovo, disinteressato e curioso, qual era l’ambiente di allora, aveva anche l’occasione di parlare di sé, del suo paese e delle situazioni personali per poi creare occasioni di amicizia, di relazioni e di contatti. Nella scuola il mediatore veniva chiamato con il facilitatore di dialogo. Entrava nel recinto scolastico come un ospite atteso dalla curiosità di molti e dalle domande “non sempre espresse” di alunni e di insegnanti. Anche lui era al centro dell’interesse generale delle materie scolastiche. Durante la ricreazione il mediatore era attorniato da alunni con sguardi incuriositi che si mettevano accanto a lui per sentirlo parlare ancora di qualcosa di nuovo che non aveva raccontato loro in classe durante le ore di “intrattenimento”.

L’esperienza della mediazione vissuta ed espressa in questo modo evidentemente  non  poteva durare a lungo. Doveva evolvere a seconda delle situazioni che mano a  mano venivano a determinarsi anche per effetto del progressivo e consistente aumento della popolazione immigrata. La quale popolazione  era per lo più composta da adulti e soprattutto da maschi. La normativa vigente in materia di immigrazione era la 139/90 la cosiddetta Legge Martelli che in gran parte ricalcava la situazione demografica e culturale del momento. Diciamo pure che fino a quelli anni 89/90 nell’ambito scolastico non c’erano delle normative che riguardasse l’integrazione o l’inclusione degli alunni immigrati, ancora molto pochi nella scuola, tranne delle circolari in materia di inserimento degli stranieri nella scuola d’obbligo, quale la circolare n.301 (prot.n.2182) dell’8 settembre 1989. Faccio notare infine  che queste circolari fanno riferimento alla legge 820/71 (scuola elementare) e alle leggi 517/77 e 270/82 (scuola materna, scuola elementare e scuola media).

La fase successiva che determinò una serie di cambiamenti culturali e di impostazione in materia d’immigrazione degli adulti G1 e dei giovani ragazzi G2 iniziò attorno agli anni 1998/2001. Erano gli anni in cui  entrarono in vigore la 40/98, la Turco-Napolitano, il primo e finora l’unico vero testo unico italiano in materia di immigrazione e il decreto  legislativo n. 285, strettamente connesso al mondo scolastico multiculturale che era in atto e  di cui facevano parte i figli dei cittadini immigrati. E’ anche il lasso di tempo in cui vengono abrogate le frontiere degli stati europei, i primi 11 dell’area Schengen grazie appunto alla convenzione Schengen. Qui la questione della Mediazione tende a mutarsi e, a modificare il suo stato di strumento sporadico e di interventi di tipo narrativo o di racconto dei paesi “esotici” da dove provengono gli immigrati “piccoli”. Essa comincia a mettere in luce, seppur in modo semplice e poco strutturato, alcuni aspetti relativi ai diritti e doveri dei cosiddetti “extracomunitari”, i non appartenenti alla “comunità europea”. Compaiono i primi dossier con dati statistici sugli immigrati in Italia con l’apporto e il contributo di qualche operatore  scolastico o talvolta di alcuni dirigenti scolastici (che avevano già colto l’importanza del cambiamento demografico che si stava compiendo nella realtà scolastica) nonché di qualche mediatore linguistico (si chiamava così allora). Vengono pubblicati alcuni testi scritti da cittadini immigrati come “Io venditore di elefanti” del senegalese Pap Khouma e le narrative del camerunense N’djock Ngana, testi che venivano commentati e discussi da alcuni insegnanti con in presenza dei mediatori linguistici. Alcune questioni su cui le scuole chiedevano l’intervento dei mediatori all’interno delle classi erano: la differenza etnica e culturale, nonché linguistica, il difficile rapporto e della comunicazione tra gli insegnanti e i genitori degli alunni immigrati, la spiegazione di concetti quali la puntualità, la nota, il rispetto, la disciplina, la gita scolastica, la certificazione dell’alunno, il permesso scolastico, la giustificazione delle assenze, l’allontanamento, la sospensione, l’apprendimento, la comprensione attiva e passiva ecc. Il Mediatore era considerato quasi come un interprete-testimone di una cultura “diversa”, ricca di spunti ma non sufficientemente fecondanti la realtà esistente. Nonostante non   goda di un riconoscimento pieno dal punto di vista istituzionale, il ruolo del mediatore linguistico culturale comincia a delinearsi sempre più chiaramente, assumendo un profilo professionalmente ineccepibile da collocarsi tra un’ esperienza volontaristica e un ruolo dal valore etico e culturale di ampio respiro. Nascevano i primi corsi di formazione dei mediatori linguistico-culturali in alcune zone d’Italia, per esempio a Modena (che aveva già istituito una delle prime Consulte comunali per l’Immigrazione), a Parma, a Mantova, a Verona, a Ravenna, a Firenze, a Roma, a Trento e a Udine dove hanno luogo le più interessanti esperienze della Rue, solo per citarne alcune.

Gli anni che vanno dal dopo il 2001 segnano il passo e una piccola svolta sia nella comprensione della figura del mediatore, che, in alcune realtà, si  comincia a chiamarsi Mediatore Interculturale e non più linguistico, sia nel suo impiego sul territorio, sia durante i corsi di aggiornamento per gli insegnanti. La presenza del Mediatore viene richiesta in ambiti diversissimi, quali quello sanitario (istituti di cura e psichiatrici), giudiziario ( ad es. nelle case circondariali), sociale (centri di accoglienza per i minori “non accompagnati” o in gravi situazioni di disagio) e naturalmente scolastico. In quest’ ultimo la presenza viene richiesta sia per collaborare a decodificare dei linguaggi della comunicazione tra la scuola e la famiglia, sia per mediare casi specifici, sia per affrontare nelle assemblee degli studenti dei temi non più solo legati all’immigrazione-integrazione. I temi e gli argomenti generalmente affrontati sono la xenofobia, la comunicazione, la diversità, l’alterità, il rispetto, la pace, lo sfruttamento minorile, l’economia sostenibile e il mercato globale ecc.

Il tema prevalente in questa  nella fase attuale è quello relativo al bullismo e al razzismo. Un perfetto binomio che è quasi un sinonimo. Il bullo è colui  che traduce la sua reazione alle paure del “diverso” in atti violenti ed aggressivi, quegli atti che una volta venivano definiti atti razzisti. Il diverso in ogni caso non assume più la connotazione soltanto geografica  o epidermica (colore della pelle o occhi a mandorla) o religiosa, ma il diverso è anche chi proviene dal Meridione dell’Italia, chi non la pensa come me, chi non ha abiti o zaini griffati, oppure chi è diversamente abile. Il cerchio della paura del “diverso” si è ampliato. In questi anni hanno contribuito ad alimentare questa paura alcuni importanti settori del mondo politico e partitico, delle istituzioni repubblicane, ma anche una parte del mondo dei media (carta stampata, televisioni e web) generando nell’opinione pubblica delle reazioni di chiusura, di intolleranza, di disprezzo e di indifferenza che cominciano a pesare in tutti i settori, compresi quelli educativi. Se è questo il clima che si respira, per cui il Mediatore Interculturale non può che essere preparato e irrobustito diversamente per fare fronte a queste nuove e importanti sfide, a cui la società civile italiana fatica a trovare soluzioni lungimiranti con  strumenti di avanguardia. La Mediazione diventa una professionalità da spendersi costantemente come un Impegno di cittadinanza che cercherò ora di illustrare  in seguito.

Già Alex Langer, a suo tempo, nell’opuscoletto dall’eloquente titolo La scelta della convivenza, definì poeticamente il Mediatore culturale un “esploratore di confini“, e ancora un “saltatore di muri”(1) e mi pare personalmente che, a distanza di quindici anni, abbia azzeccato e soprattutto credo che abbia colto l’importanza di questa figura nelle complesse realtà culturali e sociali italiane. Se avessi voluto, avrei intitolato questo mio scritto semplicemente “La responsabilità del mediatore interculturale”, ma siccome non vorrei caricarlo di troppe responsabilità che lo potrebbero portare ad avere notti insonni, ho preferito parlare invece della mediazione interculturale come impegno di cittadinanza. La cittadinanza mi richiama l’idea di diritti da vivere, di doveri da esprimere e infine alla di pari opportunità, quelle che in francese vengono chiamate égalité de chance da condividere.

Ma la cittadinanza verso quali realtà va espressa, in che modo va tradotta e come la mediazione, e di conseguenza  il mediatore/mediatrice, potrebbero diventare gli strumenti più efficaci al conseguimento di alcuni determinati obiettivi, primo tra tutti il rispetto della Dignità della persona e del cittadino?

Già nei precedenti corsi di formazione dei mediatori organizzati dal centro interculturale Millevoci della Provincia Autonoma di Trento, si era iniziato a parlare di questi obiettivi e in ogni docenza si rilevava sempre più la necessità che l’esperienza di mediazione arrivasse a cogliere gli aspetti culturali e sociali che riguardano tutti i cittadini e non solo alcuni in particolare. Si cercava di fare luce sui fatti di attualità con il coinvolgimento di ciascuno nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità. Tra i soggetti-interlocutori spesso nominati e chiamati in causa, come è naturale che sia, c’erano i mediatori, le loro esperienze pregresse e la loro capacità di cogliere i fatti a partire dell’elaborazione del loro personale percorso migratorio. Mi ricordo che in questi momenti si capiva che era importante recuperare delle esperienze professionali vissute da un mediatore nel paese d’origine o altrove. Ad esempio: l’insegnante di geografia o di ginnastica artistica, ma che ora è mediatore o piuttosto di un maestro di kunfu, ma che fa il facilitatore tra i cinesi, neo arrivati e gli insegnanti della scuola del quartiere. Quello del mediatore è un punto di attenzione e di osservazione del mondo circostante, nelle sue complessità e nelle sue vicissitudini.

La medesima questione di cittadinanza è ritornata più forte nell’ultimo corso di formazione dei Mediatori della Provincia Autonoma conclusosi pochi mesi fa.

Il primo passo da compiersi e perché la Mediazione Interculturale si trasformi in impegno di cittadinanza è quello in direzione dei linguaggi della comunicazione per definire i volti e i soggetti dell’alterità e delle relazioni che intercorrono tra i cittadini, siano essi autoctoni (come pure) o provenienti dal mondo dell’immigrazione.

Si fa urgente la necessità di purificazione dei linguaggi e degli appellativi che si usano per definire dei concetti e per chiamare delle persone provenienti da culture, religioni e geografie culturali o politiche diverse da quella italiana ed europea. Questo fatto del linguaggio presuppone la capacità di entrare più approfonditamente nelle situazioni e negli spazi di relazione per comprendere meglio alcuni meccanismi o alcune dinamiche sociali spesso non adeguatamente raccontate e rappresentate. Faccio qualche esempio semplice: extracomunitari, neri, maomettani o musulmani, clandestini (quest’ultimo è l’ultima trovata ed è il peggiore fra tutti, perché colloca le persone automaticamente nel sommerso, nell’innominabile, nell’ombra del pericolo e del sospetto). Appellativi che non hanno più senso di esistere  anche perché è bene che non si dimentichi il fatto  che questi  hanno definitivamente eretto attorno ai cittadini “diversi” un muro di sospetto e di pregiudizio e addirittura hanno favorito l’equiparazione dell’immigrato al criminale pericoloso da cui allontanarsi. Lo sforzo collettivo e personale di recupero di un linguaggio sano, capace di parlare di questa realtà, che è quella dell’immigrazione sociale e scolastica, e di chiamare le persone che si incontrano con i loro nomi (che in parte rappresentano una loro identità) non potrà che aiutare a potenziare il senso di Comunicazione fluida, semplice ed approfondita tra i cittadini e di conseguenza ri-creare un nuovo contesto di relazione con la “R” maiuscola. E a questo riguardo che si consiglia di parlare di nuovi cittadini d’origine di… esempio (marocco, nigeria, moldavia, pakistan ecc..)  e credo che è in tale modo che potrebbe nascere quella forma di Mediazione che oso definire Mediazione di impegno di Cittadinanza. In che cosa consiste questa mediazione qualificata? Si tratta di una mediazione che va oltre la lingua, la cultura, la religione e le multiple geografie come unici contenitori delle identità delle persone. Essa cerca di coniugare questi aspetti dei singoli individui o dei gruppi di persone con il sistema di regolamento dei rapporti tra i cittadini che si esprime nelle regole essenziali di garanzia della convivenza. In parole povere, si tratta di rapportare le esigenze di un singolo con le sue identità plurime agli aspetti dei doveri, dei diritti e delle opportunità fissate da regole e da normative emanate dagli organi competenti nel rispetto della Costituzione dello Stato, nel nostro caso la Costituzione italiana. La Mediazione diventa dunque un prezioso strumento di coscientizzazione sulla corresponsabilità delle persone sia nei confronti degli altri cittadini che dell’ambiente. In questo senso la Mediazione dimostra di essere un prezioso strumento di accompagnamento verso la società, fatta di regole civili, di persone, di storie, di geografie diverse, di conquiste sociali e culturali, nonché di sistemi valoriali o eziologici.

In conclusione possiamo dire che la Mediazione come strumento di impegno per una corretta espressione di diritti-doveri si rende necessaria nella misura in cui favorisce dei percorsi di partecipazione delle persone alla vita della collettività. Anche perché la partecipazione è in sé un’azione di cittadinanza del proprio io e delle esigenze connesse alle proprie aspirazione. E’ chiaro quindi che chi esercita l’attività di Mediazione interculturale deve sapere, saper essere e saper agire e soprattutto deve dimostrare un’ acuta capacità di dialogo, di analisi e di sintesi. Il Mediatore deve acquisire un discreto bagaglio di conoscenze in materia di diritti sia dei cittadini sia delle istituzioni .Infine  il Mediatore interculturale deve avere tra i requisiti quello della conoscenza di diverse lingue.

 

                                                                GLOSSARIO

 

 

Mediazione: Esperienza costruttiva che mette in dialogo o in liaison delle diverse posizioni favorendo il loro interscambio in una logica del “dare e del ricevere”.
Assimilazione: Un modo culturale di identificarsi con gli appartenenti ad altre sensibilità culturali copiando o imitando il loro pensiero, il loro agire, in sostanza il loro modus vivendi senza prendere seriamente  in considerazione il proprio orizzonte culturale.
Etnocentrismo: Lettura di realtà, fatti e avvenimenti molto centrata sulla propria provenienza di tipo geografico o di tipo etnico-religioso-culturale.

Multiculturalismo: Agglomerato di pluralità di culture su un determinato territorio, spesso separate le une dalle altre senza grandi possibilità di interscambio effettivo indistinte l’una dall’altra, una specie di meltingpot alla britannica.

Interculturalità: Sostanziale osmosi e interazione tra le culture presenti in un determinato luogo o contesto o addirittura all’interno di una serie di esperienze (scuola, politica, economia, religione ecc.).

Inclusione: la possibilità di fare strutturalmente  parte di una realtà o di un contesto definito in termini di norme di regolamentazione delle responsabilità e delle regole di civile convivenza.

Alterità : dal latino alter, altro che potrebbe significare in alcune situazioni un alto che è simile a quello di lettura di riferimento. In questa ultima accezione si parla di alter ego.

Identità: appartenenza a una realtà con i propri valori o tradizione.

Coscientizzazione: la capacità di essere consapevoli di qualcosa o del proprio stato o condizione.
Diversità: dal latino diversum=volto in opposta direzione, indica la qualità o la condizione di chi o cos’è diverso.

Weltanschauung: Visione complessiva del mondo inteso come il proprio orizzonte di valori di riferimento. Generalmente questo termine indica anche lo sguardo che uno ha sul mondo a partire dalle proprie esperienze, tradizioni, religioni, cultura, educazione ecc.

Jean-Pierre Sourou Piessou

 

[1] A. Langer, La scelta della convivenza, ed. e/o, Roma, 1995

IL BAOBAB, L’ALBERO del BENESSERE IN AFRICA

In terra africana ci sono diversi alberi che popolano il creato. Per esempio l’Iroko, il Tek, l’Ebano, il Mango, il Ginseng. Ma il piu’ noto è sicuramente il Baobab, chiamato Adansonia digitata (non so chi ha inventato questo “strano” nome). I motivi per cui però questo gigante dell’ambiente, della savana è il più conosciuto e per certi aspetti il piu’ rispettato sono tanti.La magnificenza della sua forma. E’ un albero enorme, grande in altezza e vasto in larghezza. A guardarlo da lontano ti sembra di vedere una pianta che tocca le nuvole e nello stesso tempo ha le radici molto posate.Il baobab é una  pianta longeva, vive quasi trecento anni ed è anche la più energica ed ospitale nei confronti degli esseri umani e degli amici animali, in particolare modo degli uccelli. Quest’ultimi sono i frequentatori più assidui del Baobab. Essi si rifugiano tutto l’anno tra le foglie e nei rami di questo albero-fratello dell’Africa subsahariana. Perfino  all’ interno dei buchi, sotto le radici, si scoprono bellissimi nidi di uccelli e di topi e folte ed eleganti ragnatele, fatte quasi ad arte.

Da sempre il Baobab è per la diletta madre-Africa e per i suoi figli un albero molto ospitale ed accogliente, non fosse altro per i suoi rami avvolti da enormi foglie che nel periodo della stagione della siccità (tra novembre-marzo per la costa occidentale, il golfo della Guinea) scompaiono, ma non del tutto. La tradizione africana lo chiama l’Arbre des Sages et des Savants,  albero dei saggi e dei sapienti. Perché sotto il Baobab appunto gli anziani impartiscono preziosi e basilari consigli di saggezza e utili regole di educazione pedagogica ed ambientale. Esso ospita anche le persone per delle regolari cerimonie agli Antenati e ai Viventi invisibili, ossia di coloro che sono passati sull’ altra sponda del fiume. I cosiddetti morti.

La bellezza di questa straordinaria pianta sta anche nel fatto che mentre cresce lentamente, senza fretta, blewu, blewu come dicono gli Ewé, le sue radici si dirigono in due direzioni, interna (in profondità) ed esterna  trasformandosi piano piano in piccoli sgabelli. Tanto che per sedersi sotto il baobab, come amavamo fare ogni pomeriggio dopo scuola, non c’è bisogno di sedie, di null’ altro. Basta andare decisamente sotto la sua ombra. Avvicinarsi al Baobab non è facile in quanto è un gigante che incute paura e un senso di spaesamento, perché ci si sente un essere minuscolo di fronte a lui. Da bambino, quando mi avvicinavo al baobab che collega la mia scuola elementare al mio villaggio, mi sentivo un nulla.

Un pomeriggio, mentre ero sulla via del rientro a casa, vuoi per la stanchezza, vuoi per il desiderio di mettermi all’ ombra di un protettore dopo una giornata tra studi e compiti, mi sono soffermato un attimo sotto il nostro Baobab.  Quel tardo pomeriggio  ero in compagnia dei miei due compagni di scuola, Ahotognon e Gbayi. Anche loro si sono avvicinati e per un attimo ci siamo seduti. La prima cosa che ho fatto  è guardare l’albero dal basso in alto e tutto intorno. Era talmente enorme che mi sono chiesto che “razza” di pianta fosse quella.Il Baobab merita davvero il premio UNESCO per il creato (se esiste), dico questo da anni, già quando studiavo al Liceo (Collège Saint-Albert Le Grand), da quando cioè i miei maestri africani e canadesi ci spiegavano in modo convincente il valore e l’importanza di questi riconoscimenti internazionali (Premio Nobel e i riconoscimenti UNESCO)   La prossima volta che sarete in Africa, cercate di approcciare questo gigante bello del creato africano.

Quando in Togo, i colonizzatori tedeschi prima e francesi dopo giungono da noi, scoprono quanto è importante il Baobab per le donne e gli uomini africani. Lo definiscono “Baobab, l’Arbre des Palabres et des mots” che significa l’albero della Parola. L’albero de la parola perché è  all’ ombra dei suoi rami che avvengono le lunghe conversazioni e discussioni concernenti le questioni e i problemi della comunità del villaggio. Qualche missionario di Alzasia che veniva nel mio villaggio per la celebrazione liturgica domenicale osava chiamare il baobab, “l’Arbre qui abrite la pensée et la culture africaine”, l’albero che ospita il pensiero e la cultura africana. Lo diceva non per disprezzo, ma con un forte senso di riconoscimento. Effettivamente, personalmente ho assistito per anni sotto il baobab a  bellissimi incontri e dibattiti tra gli anziani saggi. Discussioni che vertevano sulle condizioni di vita della gente del villaggio o sulle decisioni a prendere per il benessere e la riconciliazione tra le persone in lite.

E’ sotto il Baobab, denominato pure col nome “abomey” che significa “tra le mani” in ewé, che a gennaio 1988 è stata presa per esempio la decisione di costruire il primo pozzo d’acqua potabile nel mio villaggio di Dadja-Tchogli.

Da ragazzo, mi prendevo ogni tanto anche il gusto di nascondermi in compagnia dei miei coetanei nei buchi-nascondiglio, sotto le radici della pianta. Una volta che mi infilavo sotto l’albero, i miei compagni mi inseguivano e ci si  trovava tutti seduti,  ad ascolare le voci esterne delle persone sedute sia sui rami che sulle radici sporgenti dell’albero a conversare o ad intavolare accese discusioni su fatti quotidiani. Un modo divertito di vivere la nostra relazione con l’albero-fratello.

Altra caratteristica essenziale e vitale del nostro albero-fratello, sono  i preziosi doni che offre da secoli a noi africani da sempre e ora al mondo intero: I suoi frutti.

Mia madre fin da piccolo, come tutte le mamme, mi offriva da bere la bevanda (infuso) a base di frutti di baobab. Tale bevanda è super raccomandata dai guaritori e dagli erboristi africani.  Non esiste una posologia per questo tipo di medicinale. E’ raccomandata per i neonati perché, a dire dei saggi dell’Africa Nera favorisce la buona digestione purificando l’apparato digestivo e nello stesso tempo irrobustisce i muscoli dei piccoli in fase di crescita. La bevanda dei frutti di baobab funziona come un antinfiammatorio,  ha un azione preventiva contro virus, febbre, bronchiti e dolori reumatici. Inoltre è un naturale integratore soprattutto nei mesi freddi invernali. Altre sue principali proprietà terapeutiche sono quelle recentemente divulgate dopo accurate analisi ed sperimentazioni  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)  favorendone la esportazione in Europa e in altri paesi.

Inoltre i frutti bianchi di baobab sono degli antiossidanti che possiedono minerali in grado di drenare tossine ed acidi urici che indeboliscono l’organismo. Si puo’ miscelare la polvere bianca dei frutti di baobab al thé caldo, piuttosto che al latte o alla bevanda di tapioca o altre bevande ancora prima di assumerla. A noi in Africa, le mamme la facevano assumere da sola (senza miscela alcuna).

Come si prepara:una tazza di acqua calda e vi si aggiunge un o due cucchiaini di polvere dei frutti. La si lascia raffreddare e poi la si beve. E’ un prodotto naturale per il benessere della persona e offre un trattamento adeguato per molte situazioni di criticità sia fisica che mentale.

Devo dire che da quando le proprietà terapeutiche dei frutti del baobab, nostro albero-fratello sono state ufficialmente riconosciute e diffuse,  i prodotti del Baobab sono state liberalizzate, molte case farmaceutiche sono partite in quarta alla ricerca delle piante di baobab nei villaggi africani. Io spero solo che questo nostro albero-fratello il simbolo della nostra memoria storica e l’agorà della cultura e del pensiero africano non faccia mai la fine di altre piante come il caffè e il cacao. Queste ultime sono finite solo per essere considerate prodotti di mera esportazione selvaggia e dispettosa e fonte di arricchimento per pochi e di povertà per molti, specie i contadini africani.

La mia riflessione sulla vitalità e il valore del Baobab vuole essere un consiglio per un sano e rispettoso atteggiamento nei confronti di questo albero secolare che è il simbolo della nostra madre-diletta Africa. Nonché una delle sue ricchezze energetiche e naturali.

Un albero, il Baobab di cui altezza e grandezza corrispondono alla profondità e alla bellezza delle sue radici. Poi come si sa, se i rami di una pianta vogliono fiorire devono poter rispettare le radici stesse della pianta.

      A te,

Mio fratello Baobab, tu che da secoli nutri la cultura e la vita concreta dell’Africa e degli Africani,

tu che in stagione della siccità e dell’Harmattan invochiamo contro il freddo,

tu che a Natale e Pasqua e alle feste degli Antenati, offri da bere  bevanda gustosa e buona a noi africani e ai nostri graditi amedzro, cioè persone desiderate, ospiti

Tu che ci nutri con le tue verdeggianti foglie e i tuoi frutti succulenti quanto arricchenti di vitamina,

Tu che sei da sempre il testimone vivo delle storie africane, nel bene e nel male,

Tu che ricordi con la tua magnificenza e la tua delicata bellezza a tutti che il fenomeno del “Land grabbing” è un furto e una ingiustizia nei confronti della Terra-Madre Africa,

Tu che chiedi che i beni dell’Africa siano restituiti senza se né ma,

Tu Baobab, Albero Accogliente e Vitale,

Tu che esprimi al livello visivo il valore di ogni Esistenza africana,

Tu che simboleggi la battaglia contro l’inquinamento e il degrado ambientale in Africa rurale e urbana,

Resta  ancora con noi per lunghi anni, testimone dell’ecosistema africano,

anche perché hanno  bisogno  ora di te anche l’Europa, l’America e l’Asia.

Di te hanno altresì  bisogno l’OMS, IL FMI e la BCE e l’EU e i cosiddetti potenti del mondo, ma quando soffrono di malaria e di altro genere di malattia si ricorrono a Te. Albero sublime e umile, immenso e sobrio.

Di te hanno bisogno tutti, perché di te si nutre l’intero mondo dei Viventi Visibili e dei Viventi Invisibili.

Rimani in mezzo a noi, sia nel silenzio della tua dolcezza

Che nel calore della tua accoglienza,

perché l’Umanità ha bisogno interamente di Te,

Baobab-Fratello  dell’Africa

Jean-Pierre Piessou Sourou

www.Afrigo.it

www.Slysajah.com

PS. Gli importatori di frutti di questo albero e di altre piante africane quali il burro di Karité, Neré ecc.. possono rivolgersi a noi che lavoriamo in Africa con i produttori e venditori scrivendoci a piessou@hotmail.com

MAMMY WATA: LA DIVINITA’ DELL’ACQUA IN AFRICA NERA

L’Africa ha anche le sue vie di salvezza paragonabile alla purezza e alla bellezza esteriore ed interiore. Per capire questo occorre immergersi nel mistero della sua spiritualità che non ha nulla a che vedere né con il cristianesimo classico né con l’islam né tantomeno con altre religioni giunte ed abbracciate in Africa Nera, da sempre terra di confini e di accoglienza delle diversità. Una delle vie africane a questa idea di salvezza che tradotta in termini più semplici che è la bellezza, è quella della conoscenza di una delle sue figure spirituali più conosciute, più temute, più venerati e più affascinanti. E’ la figura della MAMMY WATER che in effetti è un linguaggio pidgin inglese (Mammy= Mother water). La Mammy Wata come la chiamiamo noi nei paesi della Costa Occidentale dell’Africa Nera, per intenderci nel Golfo della Guinea, in Togo, Benin, Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio è la Dea dell’Acqua. E’ una sorta di DIVINITA’ legata all’acqua che ne costituisce il suo ambiente vitale e di azione. E’ anche la protettrice dell’acqua e di tutte le creature che in essa si procreano e vi vivono. Mammy questo Spirito sublime, candido e sereno esprime per antonomasia l’idea della Bontà, della Bellezza, della Fertilità e dell’Abbondanza nonché la visione della Purezza che crea, trasforma e si rinnova continuamente. Mammy Wata è appunto la DIVINITA’ della rennaissance del corpo, dello spirito e della psiche dell’individuo come direbbero gli occidentali. Per noi africani di questi paesi delle antiche tradizioni Vodoun, Mammy Wata è la Divinità che ci avvolge di quello che è necessario per stare sempre a passo con l’Umanità e con l’Umano che che siamo o incontriamo. Mammy Wata è dunque oltre ad essere l’Entità divino-spirituale, è il soggetto femminile della Divinità stessa. E’ la Dea dell’Acqua, dei profumi, delle danze del corpo e del tatto. I colori che vengono attribuiti a Mammy Wata e che vengono spesso adottati dai suoi addetti sono: Il bianco, il blu mare, il blu celeste oppure semplicemente il non colore. Di fatti qualche volta l’immagine-simbolo che è la sirena che la rappresenta, la ritrae nuda con sguardi puliti e puri e non maliziosi ed erotici.

Un particolare: Vorrei solo dire che Mammy Wata è stata anche tra le divinità africane che hanno accompagnato nei secoli gli schiavi africani deportati in Brasile e nelle Americhe dove tutt’ora esprimono i culti della Divinità dell’Acqua, Mammy wata appunto con appellativi diversi, ma sempre legati alla spiritualità africana delle loro origini.

MOSTRA “L’AFRICA NEI VOLTI E NEI GESTI” A SAN MARTINO BUON ALBERGO (VERONA)-11 APRILE-20 MAGGIO 2016

MOSTRA FOTOGRAFICA  L’AFRICA NEI VOLTI E NEI GESTI (11 APRILE-20 MAGGIO 2016)

La mostra fotografica intitolata “L’Africa nei volti e nei gesti”, allestita presso il teatro della Parrocchia Cristo Risorto a Borgo (San Martino Buon Albergo), è composta da un centinaio di fotografie che ritraggono volti dei bambini, delle donne e delle persone, gesti , paesaggi, animali, flora e fauna che colorano e rallegrano il continente africano.

Questa mostra vuole essere una sorta di viaggio di conoscenza e di incontro, illuminato soprattutto dagli sguardi più che dalle parole. Anche perché come afferma San Giustino: “lo sguardo o il volto è lo specchio dell’anima”.

Questi pannelli fotografici pur nella loro estrema semplicità ci consentono di continuare ad esplorare la Terra Africana, questa volta però in una logica di incontri condivisi con un solo obiettivo: l’abbraccio fraterno per un Destino comune tra l’Africa e l’Europa. Sarà questo il leitmotiv del progetto formativo che si svolgerà nello spazio di questa mostra a partire dal 21 Aprile 2016 in collaborazione con le parrocchie di Marcellise e di Borgo (Cristo Risorto).

Ci rendiamo conto che non è sufficiente una mostra o uno scritto per descrivere in modo esaustivo questo delicato e prezioso mondo subsahariano, intreccio di persone, culture, paesaggi e animali. Tuttavia rimaniamo convinti che attraverso uno sguardo, uno scorcio e un gesto, ben evidenziati da una foto, siamo in grado di comprendere qualcosa che fino a quell’impatto ignoravamo o davamo per scontato.

Più di ogni altra cosa, non sono forse i gesti e i volti che ci fanno comprendere che prima di tutto siamo degli umani tra gli umani?

Buona visita e vi aspettiamo il 21 aprile 2016 (Inizio del corso sull’Africa Nera).

Jean-Pierre Piessou  

Per infos e contatti: www.Afrigo.it  (tel. 347.3021277)

Si ringrazia il Centro Documentazione Polesano di Badia Polesine per la collaborazione e l’amicizia.

ALLE GIOVANI DI ERASMUS…SCOMPARSE IN SPAGNA

In questo momento di dolore e di tristezza per la scomparsa prematura delle giovani studentesse di Erasmus nei pressi di Barcellona (Spagna) dedichiamo a queste connazionali e ai loro familiari in lutto questi due tre versi del poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935):

…E’ tanto soave la fuga di questo giorno,

Lidia, che non sembra che viviamo.

Senza dubbio gli dei

ci sono grati in quest’ora….

Lucidi commensali della loro calma,

eredi un momento della loro perizia

di vivere tutta la vita

in un solo momento

Un solo momento, Lidia in cui separati

dalle terrene angustie riceviamo

olimpiche delizie

nelle nostre anime

E un solo momento ci sentiamo dèi

immortali per la calma che vestiamo

e l’altera indifferenza

alle cose passeggere…

Nel grande giorno anche i suoni son chiari

Nel riposo della vasta campagna s’attardano.

Sussurando, la brezza tace.

Vorrei, come i suoni, vivere delle cose,

ma non essere loro, conseguenza alata

in cui il reale va lungi..

GRANDES VACANCES (RENE’ MARAN, 1921)

C’est un bon soir de fin d’été

ou’ les fenetres sont ouvertes

Un grillon s’applique à chanter

L’hymne des tenèbres inertes

Cependant revant de “bachots”

Qui hantent déjà leur pensée,

Les infortunés pays-chauds,

Qui n’est pas quitté le lycée,

Bercés d’ou’ on ne sait quel espoir,

S’endorment dans l’ombre anxieuse

Du noir silence du dortoir

Ou’ ne veille que la veilleuse.

(René Maran, Martinique)