AfriGO



GLI OGGETTI DI MARCHIO IN AFRICA NEL PERIODO COLONIALE


La colonizzazione in Africa (circa dal 1884-1960/75) è stata spesso considerata dai più  solamente come un fatto esterno che ha segnato l’Africa solo dal punto di vista politico, militare, religioso ed economico. Non lo nego. Anche questo è stata la colonizzazione europea in Africa. Ma c’è dell’altro su cui vorrei spendere due parole. E’ la colonizzazione europea in Africa che si è servita dei marchi simbolici per coinvolgere i giovani africani nella sciagurata avventura del dominio e dell’imperialismo coloniale. Anch’io facevo parte di questo gruppo di giovani, ma molti anni dopo la colonizzazione. Era quando ho iniziai a mettere piedi nelle strutture della scuola della “seconda infanzia”, cioè quando avevo 7 anni. Ero entrato nella struttura scolastica per caso. Struttura scolastica era nient’altro senno’ una serie di capanne di paglia sotto le quali venivano predisposti dei piccoli e medi sgabelli. Questi ultimi erano tutti di legno tek fabbricati da due carpentieri di Aveté e qualche modo venduti alla missione cattolica di Atakpamé per le sue prime scuole di apprendimento della lettura e della scrittura. Quando a sette anni, passando per caso accanto a questa grande capanna mi sedetti, sentii per un attimo un senso di smarriaento e di spaesamento. L’unica cosa che mi consolava in quel momento era la folta presenza dei ragazzi della mia età e dei compagni di gioco e di flirt. Dopo due giorni il maestro mi mise tra le mani una grande piuma e una bottiglietta di inchiostro. Qui iniziava la mia avventura da scolaro. Qualche mese dopo il mio maestro unico monsieur Sena una mattina arrivava in classe con una decina di piccoli oggetti colorati con dei tappi blu, in forma di siringhe, erano delle penne da scrivere. Le Bic appunto. Wooh! Finalmente giungono da noi questi misteriosi oggetti della modernità di cui tanto abbiamo sentito parlare.

I marchi coloniali che hanno accompagnato l’impegno dei colonizzatori europei in Africa sono fondamentalmente tre:  Sono le Gaulloises françaises (sigaretta francese), le british King Size  (sigaretta britannica), e infine  le Bic fabriqué en France (la penna francese). Occorre aspettare qualche anno dopo per assistere alla mega diffusione degli altri marchi come la Coca cola e la Marlboro.

Questi oggetti di marca europea facevano già parte delle valigie degli esploratori quali Livingston,  Réné Caillé, Stanley, Pierre Savorgnan de Brazza, Gustave Natchigall , cioè quelli che sono stati i primi ad avvicinarsi alla cultura e alla tradizione del mondo africano.  Les Gaulloises che rappresentano un’ idea della grandeur françaises sono state accolte con entusismo,in particolar modo dai giovani,fin dalla loro comparsa. Molti di questi giovani (dai racconti degli anziani) divennero negli anni apprendisti fumatori. E’ considerato leggermente bianco, chi possiede e fuma la sigaretta del yovo yovo, l’uomo bianco.

Dunque per quanto riguarda sia la Gaulloise che il King Size non è difficile immaginare il loro impatto sulla gioventu’ dell’Africa coloniale. Quella gioventù che considerava l’europeo l “emancipato e il civilizzato” per antonomasia. Perciò era bene accaparrarsi degli oggetti e dei simboli che hanno reso famoso e rispettabile l’uomo bianco. Di qui la corsa a questi oggetti simbolici che a dire il vero rappresentavano già alloro uno status symbol.

I nomi stessi delle due marche di sigaretta sono emblematici. Le Gaulloises dei gallici che venivano mitizzati dai colonizzatori francesi nei territori sotto il loro dominio, tanto che talvolta essi affermavano senza contraditoria che gli stessi africani sarebbero “discendenti” dei gloriosi gallici. King Size invece simboleggiava la regalità del Kingdom, Regno  d’Ingilterra e dei suoi famosi principi e come Giorgio V.

Naturalmente le Gaulloises  si trovano di più nelle colonie francesi, per esempio nelle zone AOF (Africa Occidentale francese) come  Senegal,  Mali,  Togo,  Niger  o AEF (Africa Equatoriale Francese), la Rep. Centrafricana, Gabon, Congo, il Tchad, il Congo Brazzaville che non nelle colonie britanniche come il Ghana, la Nigeria, il Kenya dove la King Size faceva la parte del leone tra le merci importate dall’esterno. Per pubblicizzare meglio questi oggetti-simboli, li si dipingeva sui muri dei villaggi e delle città. Gli stessi africani  facevano a gara per vedere chi meglio degli altri riusciva a riprodurre con colori piuttosto vivaci questi prodotti sui muri e sugli edifici (negozi-baracca) delle città e perfino dei villaggi.

 Sono stati gli stessi europei dei paesi colonizzatori a diffondere questo miraggio e questo mito storico d’Oltre Oceano. gli stessi europei che li descrivevano cosi’ per darsi un tono e un’ immagine che non avevano  e portare “cultura e civilizzazione” ai “selvaggi africani”. In quegli anni l’espressione piu usata per nominare l’africano delle colonie era “le Bon sauvage”.

I colonizzatori mitizzavano questi oggetti anche per farsi accettare dalle popolazioni africane piuttosto sospettose e suscettibili, vista la precedente esperienza della schiavitù e della tratta.

Persino il missionario cattolico francese o anglicano britannico amava  presentarsi nei villaggi e dai capivillaggi con il basco sul capo e la sigaretta in bocca. Aveva un particolare fascino.

A distanza di parecchi anni dopo l’indipendenza dei paesi africani, mi ricordo bene che i giovani dei villaggi, soprattutto coloro che studiavano manifestavano una folle simpatia nei confronti di queste sigarette di marca, Gaulloises e King Size e se le compravano con i piccoli risparmi che i genitori riuscivano a dare loro. Non erano grandi fumatori, ma piuttosto degli adoratori e simpatizzanti di questi simboli coloniali. Facevano la raccolta delle scatolette vuote, colore blu della Gaulloise e color rosso del King Size.

Un altro oggetto- simbolo della colonizzazione francese è la Bic “bastoncino con un  omino stilizzato”.

  Per gli stessi francesi della Belle Epoque la Bic risultava essere un marchio importaante in quanto favorisce la diffusione della cultura della grandeur française sia nei Dipartimenti come l’Algeria, la Réunion, les Comores e nelle colonie d’Outre-mer.  La Bic è un modello di penna da scrivere che simboleggia il valore dell’Istruzione e dell’educazione nonché della scrittura da inculcare nelle menti degli indigènes (chiamati con disprezzo col termine indigo). francese per eccellenza della cultura intesa come istruzione.

Le prime Bic erano gialle,vendute nei magazins a prezzi abbastanza accessibili a TUTTI. Favorendone cosi’ la diffusione. Poi sono arrivate quelle trasparenti. Da notare tuttavia, che rispetto alle sigarete, la Bic giunge in Africa molti decenni dopo, quando cioè le piume-birro a inchiostro cominciavano a perdere il loro fascino  presso i giovani scolari africani. Quando cioè attingere la piuma nell’inchiostro per scrivere veniva considerato segno di povertà, di miseria non di eleganza aristocratica (com’era e come sta tornando ad essere).

A distanza di cinquant’anni  questi oggetti-simboli continuano a fare parlare di sé, nel bene e nel male. Devo anche aggiungere un particolare importante:

Che a questi oggetti si sono aggiunti centinaia e migliaia per via del neocolonialismo dell’Occidente e anche dell’Oriente, in particolare modo dalla Repubblica Popolare della Cina che fà la parte del leone in questa nuova corsa alla spartizione dell’Africa e alla distruzione della sua biosfera. Per essere chiari, mi stupisce sempre di più  che sia uscita dalla agenda della Comunità Internazionale la grande questione del furto della terra, il fenomeno del the Land grabbing, che affligge l’Africa.  Un furto perpetrato dalle Multinazionali e da singoli magnati economici che vanno a comprare ettari ed ettari di terreno a basso costo impoverendo le popolazioni che per anni coltivano su questi terreni prodotti di consumo quotidiano. Questi terreni di proprietà altrui vengono trasformati in una specie di gigantesche fattorie o campi agricoli per produrre prodotti di lusso come i fiori, le rose per esempio che poi sono venduti sui mercati borghesi di Amsterdam. Guarda a caso, gli operai, specie donne che lavorano in questi campi maneggiando inconsapevolmente talvolta prodotti chimici ad alto rischio cancerogeno sono gli africani.

Mi stupisce infine che sia del tutto sparita la questione delle multinazionali petroliferi, come la Shell, la Exxon, la Total, la Fina, l’Agip che rappresentano i nuovi marchi neocolonialisti in Africa. Alla faccia della cooperazione decentrata per una lotta più incisiva contro la miseria e la povertà. Alla faccia del Millennium di lotta contro la fame, la fame, le guerre in Africa.

Se le cose stanno cosi’ a 56 anni dall’indipendenza del continente africano, potremo ritornare a porre gli stessi interrogativi del grande storico burkinabè Joseph Ki-Zerbo: “.. A quand l’Afrique?”, a quando l’Africa? Dovremmo assolutamente immaginare nuove forme di cooperazione decentrata in grado di valorizzare le risorse che rappresentano le persone che producono e i loro territori di vita e di lavoro.

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